Wild horse nine
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TRAILER
Santiago del Cile, 1973. Alla vigilia del golpe militare che rovescerà il governo democratico uccidendo il presidente socialista Allende, due uomini della CIA, il cinico Chris e il più giovane Lee, si recano sull’Isola di Pasqua per trascorrere qualche giorno da turisti. Chris, che ha un passato di “successi” in Congo e Guatemala e ha forse ricoperto un ruolo chiave nell’assassinio di Kennedy, ha problemi di memoria, qualche rimpianto, una strana compassione per le falene e la tentazione di smettere una buona volta di mentire, dopo aver variamente praticato la copertura della verità per tutta la vita. Lee lo accompagna e lo sorveglia, gravato da un compito doloroso. Intanto, il fatto che Chris voglia scrivere le sue memorie preoccupa il loro capo MJ al punto da fargli prendere un aereo per gestire la situazione di persona una volta per tutte.
Chris non è un poeta, però è sicuro di una cosa: una biografia, compresa la propria, non dovrebbe mai partire dall’inizio e dovrebbe invece sorprende il lettore.
Magari ricorrendo a domande poco consuete (i dinosauri avevano un’anima? Ci sono più chances di andare in paradiso per un nazista o per un sicario dell’intelligence che ha fermato sul nascere i più importanti progetti di democrazia e di pace nel mondo?), e infine dovrebbe porsi in ascolto dei segni che l’universo manda agli uomini attraverso la natura e gli animali.
La teoria della narrazione di Chris è la stessa che Martin McDonagh ha tradotto in pratica in maniera eccellente da almeno tre film a questa parte. Il taglio del suo racconto è sempre sorprendente, il rapporto tra la parola e il silenzio è profondo ed esilarante allo stesso tempo, il dialogo tra l’uomo e il paesaggio che lo ospita sempre portatore di un sarcasmo atavico che ha per oggetto l’insensatezza dei comportamenti umani, campioni di costruzioni verbali messe in atto per innalzarsi al di sopra del ruvido piano del reale.

