Sheep in the box

TRAILER
In un futuro prossimo, a Yokohama, la coppia dei Komoto, che ha tragicamente perso il figlio di sette anni Kakeru, decide di avvalersi di REbirth, un programma pensato per le famiglie nella loro situazione: riceveranno in prova gratuita un androide guidato dall’intelligenza artificiale, con le fattezze e i ricordi di Kakeru, destinato a diventare un surrogato in tutto e per tutto del figlio perduto. Il padre Kensuke è inizialmente scettico, laddove la madre Otone si affeziona istantaneamente al nuovo Kakeru, scegliendo di vivere nell’autosuggestione. Finché una visita della madre e della sorella non riportano Otone alla realtà, mentre il nuovo Kakeru stringe segretamente amicizia con altri suoi “simili”.
Universalmente riconosciuto come uno dei principali cantori della realtà famigliare e del rapporto tra legami ereditati e invece scelti, in Sheep in the Box Hirokazu Kore-eda si muove su un terreno noto.
Aveva già esplorato il rapporto tra umano e creatura antropomorfa artificiale in Air Doll, in cui una bambola gonfiabile prendeva vita: uno dei titoli più inconsueti e sottovalutati della filmografia del regista di Un affare di famiglia, a cui per certi versi rimanda la relazione “incompiuta” tra umano e macchinico di Sheep in the Box.
Chi si potrebbe attendere un mélo o un audace salto nel buio etico è destinato a rimanere deluso. In linea con i principi che sottostanno alla sua poetica, Kore-eda sceglie di lavorare di sottrazione. Le emozioni sono trattenute, sia in senso positivo che negativo, e il distacco tra i genitori e il nuovo Kakeru rimane, volutamente, un costante gap, che impedisce un completo coinvolgimento dello spettatore. Il rapporto di parentela e insieme di distanza tra il film di Kore-eda e A.I. – Intelligenza artificiale di Spielberg è inevitabile e suggestivo, tanto nei punti di contatto che nelle divergenze.
Più che la pretesa di essere un autentico surrogato al pari del David spielberghiano, tesi mai completamente sposata dal film o creduta fino in fondo dai protagonisti, il Kakeru artificiale diviene un’incarnazione visiva del ricordo dell’originale. Un’immagine in movimento, un simulacro utile a ricordare, per un’umanità sempre meno capace di relazionarsi con il proprio io più profondo e incline a delegare gradualmente le emozioni ad artefatti di silicio. In questo senso Kore-eda si distacca da A.I., disegnando una relazione tra uomo e tecnologia più umile nelle sue ambizioni emozionali e più verosimile, assai prossima a una realtà quotidiana che si profila come sempre più probabile nell’immediato futuro.
Meno convincente, e solo timidamente affrontata dalla sceneggiatura, la sottotrama crime, con Kensuke (una convincente prova di controcasting del comico Daigo, qui al debutto) ossessionato dall’idea di scoprire la verità su quanto avvenuto a Kakeru, servendosi dei ricordi del simulacro artificiale come indizi.

