I PECCATORI (V. M. 14)
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Smoke e Stack sono due fratelli che pur di lasciare il Mississippi hanno affrontato le trincee europee della Grande Guerra e hanno cercato di farsi strada nella malavita di Chicago. Tornati nella regione natia con un discreto bottino e con abbondanti alcolici, comprano da un uomo – sospettato di far parte del klan – un edificio che vogliono trasformare in un locale di musica e gioco per la popolazione nera della zona. Si affidano al cugino Sammie, un prodigio con la chitarra, inoltre reclutano il musicista Delta Slim e trovano l’aiuto anche di alcuni immigrati cinesi. La festa notturna innesca una gioia contagiosa, ma presto si avvicinano tre bianchi che chiedono di poter entrare in modo molto insistente. Sarà presto chiaro che i tre non sono quello che sembrano…
Una blues-folk-rock opera che slitta verso l’horror e l’azione, con un accompagnamento musicale sempre più marcato. Ryan Coogler firma insieme al musicista Ludwig Göransson il suo film più originale.
Fieramente di genere, ma un piglio molto personale, che per altro si distanzia dalle mode del momento (ossia il “realismo isterico” e il surreale di marca A24), I peccatori è un crescendo incessante di musiche che si incontrano, si scontrano, e si fondono ai suoni dell’azione violenta così come al ballo dei corpi. Corpi che esibiscono una spiccata sensualità, così come le parole usate nel descrivere il sesso sono spudoratamente esplicite, dando al film una carnalità quasi tangibile, che ne giustifica il titolo. I peccatori si oppongono infatti a una chiesa che li vuole castigati e obbedienti, docili come piace ai padroni delle terre ai tempi del segregazionismo, delle leggi “Jim Crow”. È a loro che risponde come un grido di ribellione la gioia di “peccare”: di ballare, di cercare piacere in modi che non hanno a che fare con la riproduzione, di giocare, di bere e via dicendo, perché implicitamente il vero inferno è già lì sulla Terra, tra le piantagioni di cotone, la persecuzione e la miseria.
Che il film prenda uno sviluppo sovrannaturale non è uno spoiler, viene anzi annunciato già nel prologo, dedicato alle leggende di varie popoli dove la musica ha un potere trascendentale ma può pure attirare i demoni. E la musica accoglie generi inattesi: inizia e si chiude sul blues ma in mezzo è attraversata da altre sonorità e quelle nere si trovano assediate prima da canti irlandesi e poi da una sorta di metal sinfonico. Una scelta tanto sfacciata e sorprendente quanto energica e originale. La regia e il montaggio danzano a ritmi a volte placidamente insidiosi e spesso invece forsennati o irruenti, in un assedio che più volte viene fragorosamente interrotto prima del faccia a faccia finale. La musica non si spegne nemmeno quando iniziano i titoli di coda, che anzi danno solo il via al vero epilogo del film. Sarebbe un crimine raccontarlo, quindi ci limitiamo a dire che se da una parte può essere un eccesso didascalico – quasi Coogler volesse chiarire in modo del tutto esplicito il senso del suo film – dall’altra è però un colpo di coda. Riscrive quel che poteva passare per una risoluzione convenzionale sui toni, ancora una volta, di un dolente blues.

