Don’t let the Sun

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Don’t let the Sun
Un dramma distopico che crede nella restaurazione degli affetti. Anche quando tutto sembra perduto
Don’t let the Sun
(id)
Regia: Jacqueline Zünd
Cast: Levan Gelbakhiani, Karidja Touré, Agnese Claisse, Cecilia Bertozzi, Maria Pia Pepe
Genere: Drammatico
Durata: 100 min. - colore
Produzione: Svizzera, Italia (2026)
Distribuzione: Trent Film
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In un mondo futuro il caldo non dà tregua e costringe l’umanità a vivere di notte e a stare ritirata di giorno. In una grande città di mare, la giovane madre Cleo, preoccupata per la solitudine della figlia Nika, si affida a un’agenzia per chiedere che la ragazzina abbia un padre. Viene così chiamato l’impiegato più bravo di tutti, Jonah, abituato a offrire protezione e conforto agli sconosciuti. Inizialmente Nika rifiuta la presenza di Jonah, ma poco alla volta tra i due si forma un legame che, inaspettatamente, metterà in crisi soprattutto le barriere emotive dell’adulto.

In un paesaggio urbano allucinato, un dramma distopico che scava in una solitudine fisica ed esistenziale accentuata dall’indifferente deriva della crisi climatica.

L’idea dell'”affittuario di ruoli emotivi”, come la regista svizzera Jacqueline Zünd ha definito il suo protagonista Jonah (interpretato dal bravo attore georgiano Levan Gelbakhiani, conosciuto in And Then We Dance), viene dal Giappone, dal lavoro di alcune agenzie sentimentali che offrono un servizio di “surrogati di persone” (genitori, figli, amanti, partner…) a persone che soffrono di solitudine o di perdite improvvise d’affetti.

Al tema Werner Herzog aveva dedicato il film Family Romance, LLC. in cui l’idea della supplenza umana portava a confondere i piani della rappresentazione, tra realtà e finzione. Prima ancora, nel 2011, ci aveva pensato Yorgos Lanthimos con Alps, in cui un gruppo di volontari di Atene si presentavano a famiglie disperate interpretando la parte dei loro cari morti.

In Don’t Let the Sun, che deve molto soprattutto al film di Lanthimos (di cui sembra replicare una scena quando Jonah, di fronte a una coppia di genitori straziati dal dolore, deve comportarsi come il loro figlio morto…), il tema della solitudine si accompagna a quello del cambiamento climatico, cosa naturalmente in linea con lo spirito e le emergenze dell’attualità. In una società futura in cui il sole ha condannato l’umanità a rinchiudersi e a vivere letteralmente nell’ombra, tra gli spazi di una città in cemento che la luce solare piatta trasforma in un paesaggio metafisico, gli uomini e le donne vivono in un torpore fisico e psicologico che nega il sentimento anche a chi gli affetti li potrebbe vivere appieno.

L’assenza che segna le vite di Cleo e di Niki nasce dunque da un eccesso – di luce, di calore, anche di spazio – e trova gli individui impreparati togliendo la certezza di ogni legame o presenza fisica: chi è vivo per davvero e chi, invece, recita una parte? Jacqueline Zünd è brava a giocare con le aspettative dello spettatore, raccontando con toni intimisti la relazione fra madre e figlia, e il vuoto delle loro vite. All’opposto depista rispetto alla pienezza del rapporto di Jonah con la fidanzata Ana, insinuando poco alla volta la possibilità che tutto, nella vita dell’uomo, anche ciò che dovrebbe essere vero, sia in realtà una recita. In un mondo alla rovescia, l’amore diventa una finzione, ma dalla finzione, inevitabilmente, qualcosa di nuovo e autentico potrebbe nascere.