DISUNITED NATIONS
TRAILER
“A fine proiezione, in diretta streaming, la giornalista de Il Fatto Quotidiano Giulia Zaccariello dialoga con Francesca Albanese e Cecilia Strada.”
Dopo gli attentati terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 la questione palestinese è notoriamente riemersa con prepotenza nello scenario internazionale. Una delle persone più esposte nel dibattito è l’italiana Francesca Albanese, dal 2022 relatrice speciale per l’ONU sui diritti umani all’interno dei territori palestinesi occupati, che porta l’attenzione sul rischio di pulizia etnica. Un incarico che svolge in quanto esperta di diritti umani e sulla base della conoscenza di quelle aree, coi dati che confluiscono in un documentatissimo rapporto semestrale. Le sue posizioni critiche verso il governo israeliano e i suoi scritti scatenano una campagna di boicottaggio nei suoi confronti, vengono fatte pressioni sulle università in cui la giurista tiene le sue conferenze, mentre la polizia reprime le proteste di chi manifesta in favore della Palestina.
Mettendo in fila gli attacchi che la investono, il documentarista francese Christophe Cotteret, autore di opere a tema politico per i canali ARTE e la tv belga RTBF, realizza un film saggio sull’inerzia e sull’inefficacia dell’ONU, o Organizzazione delle Nazioni Unite, a dispetto della ragione per cui era stata concepita nel 1945: scongiurare nuovi conflitti, promuovere la cooperazione, vigilare sui diritti umani.
E invece si “limita” a contenere i danni intervenendo sulle conseguenze e non a monte, sulle cause. La “inazione” delle Nazioni Disunite non riguarda solo il Medio Oriente, ma altri contesti: Ruanda, Bosnia, Congo, Sudan. A sostegno della sua tesi, Cotteret porta il pensiero di Albanese e sottolinea l’ostracismo nei suoi confronti. A quanto pare non si tratta di un attacco ad personam, ma al ruolo: anche il suo predecessore Richard Falk (professore a Princeton ed osservatore dei diritti in Medio Oriente dal 2008 al 2014) subì un trattamento simile.
È l’argomento dell’antisemitismo scagliato intenzionalmente per mettere a tacere la legittima critica alle politiche israeliane di occupazione e repressione. Fino all’uso, condiviso anche dallo storico israeliano Amos Goldberg, del termine “genocidio” per indicare la persistente politica israeliana iniziata con la fondazione dello Stato di Israele (1948), l’inizio della nakba, l’esodo forzato dei palestinesi dai loro territori e seguito dalla illusoria speranza di reciproca legittimazione degli Accordi di Oslo (1993).
L’analisi di Cotteret evidenzia uno squilibrio di trattamento, riguardo la questione palestinese, tra l’Assemblea e il Consiglio di Sicurezza, ma soprattutto segue Albanese nel tour dei suoi interventi pubblici nelle capitali, anche in un incontro londinese tra esuli palestinesi in cui ci si augura che la ricetta di un piatto mediorientale, la maqluba, possa essere di buon auspicio. Report giornalistico dal taglio asciutto e tradizionale, che interpella non solo studiosi ma protagonisti sul campo, tra cui Juliette Touma e Philippe Lazzarini di UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente) in chiusura il film di Cotteret pone la questione centrale delle immagini nella percezione della Storia: “stiamo imparando che non è l’assenza di immagini a rendere invisibile un genocidio ma le parole usate per descriverlo”. Anche per questo il richiamo alle Nazioni Unite a riprendersi il loro mandato suona più alto e forte.

