Backrooms

PROGRAMMAZIONE
TERMINATA
Backrooms
Un'opera d'arte contemporanea sulla terrificante presenza dell'assenza
Backrooms
(id)
Regia: Kane Parsons
Cast: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell
Genere: Horror
Durata: 111 min. - colore
Produzione: USA (2026)
Distribuzione: I wonder
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Da qualche parte nella Silicon Valley e negli anni Novanta, Clark aveva una moglie e il sogno di fare l’architetto ma il destino ha scelto altrimenti. Non gli resta che andare in analisi a cercare il ‘colpevole’ dei suoi scacchi. Lo accoglie e lo assiste la dottoressa Mary Kline, un trauma infantile alle spalle e una carriera di analista da ‘audio-cassette’ motivazionali per raggiungere la felicità e gli obiettivi personali. Clark le ascolta, invano, perché la sua vita è inchiodata a uno showroom di mobili che vende alla televisione vestito da pirata. Una notte, per risolvere l’ennesimo blackout, cerca la causa e trova un passaggio per un mondo parallelo. Al di là del muro uno spazio conduce a un altro spazio e poi corridoi infiniti, scale che non portano a niente e oggetti familiari accatastati o seppelliti come dopo un’apocalisse. Clark vuole esplorarlo e Mary finirà per seguirlo.

Nel gennaio 2022, Kane Parsons pubblica su YouTube “The Backrooms (Found Footage)” ed è subito horror post-moderno. Ha soltanto sedici anni quando seduto al computer della sua cameretta crea un mondo artificiale, ripetitivo e disincarnato.

L’orrore ridotto alla sua essenza: una porta che dobbiamo attraversare. Dietro c’è uno spazio digitale e impersonale, un’architettura mentale del vuoto, con una porta d’entrata e senza via d’uscita. Dietro, la tensione è costante. Il post di Parson provoca uno shock e oltre venticinque milioni di “visualizzazioni”.
In un’estetica liminale, quei luoghi di transizione (hall di hotel, parcheggi vuoti, scale deserte, uffici…) che ci paiono familiari e destabilizzanti insieme, seguivamo l’erranza di un personaggio caduto inavvertitamente in una dimensione alternativa, con le sue leggi fisiche, i pericoli e le anomalie. Tra pareti giallo fungino e neon ronzanti, “The Backrooms”, “stanze sul retro” e mito urbano nato sul Web, diventa in qualche anno la pietra angolare dell’horror contemporaneo. Dalla creepypasta (quelle storie che gli internauti si inventano e condividono online per spaventarsi a vicenda) a Hollywood il passo è breve.

Dopo la sua prima incursione nelle backrooms, Parsons prova a raccontarci quello che ha visto in un film prodotto da A24, che ricostruisce straordinariamente in studio il mondo digitale dell’autore e fornisce ogni giorno al cast mappe stampate per orientarsi. Un set come un labirinto (o un inferno aziendale): corridoi interminabili, stanze, cunicoli, botole, passaggi, divisori (im)mobili, maniglie, carta da parati, oggetti domestici, segnali stradali, scale di Escher, illusioni ottiche… Non si tratta di un luogo di paura esplicita ma di spazi copiati e incollati che azionano una meccanica del terrore, che producono un’angoscia diffusa, inscritta nella perdita di senso e nell’assenza di esseri umani, di storia, di scopo. In quell’orrore freddo, diffuso e persistente scendono, come Orfeo ed Euridice, Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, incarnando una struttura narrativa classica che non riesce a salvaguardare pienamente quel senso di vuoto assoluto e di malessere singolare del materiale originario. Come se la coppia analitica, il loro scambio clinico e l’impasse che ne consegue volgessero l’inconscio in conscio, razionalizzando la natura sperimentale e astratta dell’incubo digitale di Parsons. Non sorprende allora il risultato più convenzionale, con ambientazione, personaggi e misteri che si sviluppano come nella maggior parte delle produzioni hollywoodiane.