Amarga Navidad

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Raul è un regista sulla cinquantina che da cinque anni non riesce a girare un film per mancanza di ispirazione. Comincia a scrivere una nuova sceneggiatura proprio quando Monica, la sua prima lettrice, al suo fianco da vent’anni, si licenzia per raggiungere la compagna in grande difficoltà, e lo affida alle cure amorevoli di Santi, il compagno di Raul di 15 anni più giovane.
La sceneggiatura vede protagonista Elsa, una regista che dopo due film “di culto” (ma non di cassetta) decide finalmente di tornare a scrivere un copione, attingendo alle vite del suo giovane compagno Beau (da Bonifacio, ovvero colui che fa del bene, in una sovrapposizione del buono col bello) e delle uniche due amiche: Patricia, sposata con un uomo che (forse) la tradisce ma che lei non si decide a lasciare, e Natalia, che vive una situazione drammatica con il figlio. Ma anche Raul, mentre costruisce la sua storia, pesca a piene mani dalla realtà quotidiana e dagli affetti che lo circondano, e questo è pericoloso.
Amarga Navidad rientra nel filone dei film che raccontano la crisi creativa di un regista pronto a vampirizzare la sua vita reale, in primis 8 ½, e il regista in questione è Pedro Almodóvar, che ci catapulta come sempre nel suo mondo colorato e iperrealista.
Questa volta però la crisi creativa è evidente anche negli esiti del film stesso, una matrioska che è un film nel film nel film, anzi, una sceneggiatura dentro un’altra e un’altra ancora. Ma manca il colpo d’ala felliniano, quella grazia che Raul sa di aver perso, la capacità di sollevare la trama dalla sua medietà: non solo la sceneggiatura del film che scrive Elsa è davvero banale, ma anche quella che coinvolge Raul in prima persona non è molto più interessante. E se questo è un modo di far aderire la forma al contenuto, per lo spettatore è piuttosto punitivo.
Almodóvar è come solito magnifico nel contrapporre spazi, musiche (hitchcockiane) e tinte a scopo narrativo (qui dominano il rosso e l’azzurro, e in coppie alternate il verde e il giallo) e i suoi personaggi sono come sempre una segnaletica vivente del mood del loro autore, in questo caso il disagio: Raul, che parla esplicitamente del suo cinema come autofinzione, racconta nel 2026 quel 2004 in cui ha avuto il suo primo attacco di panico. Il tema dominante, come ne La stanza accanto, è la morte come esito finale della malattia, evidenti preoccupazioni prioritarie di un (grande) autore 76enne: paure che qui cannibalizzano la sua meravigliosa energia vitale degli esordi lasciandolo a confrontarsi con la fine di tutte le storie (quella che dovrebbe rivelarsi da sé, secondo Raul). Ma se La stanza accanto era un diamante e un distillato di purezza creativa, Amarga Navidad raffigura un’impasse creativa impantanandosi in una messinscena che risulta asfittica.

