CINEFORUM: AGUIRRE, FURORE DI DIO
TRAILER
1560. La ricerca dell’El Dorado spinge Pizarro a inviare un manipolo di soldati in esplorazione, guidato da Don Pedro de Ursua e dal vicecomandante Aguirre. Di fronte alle prime difficoltà e perdite umane, Ursua decide di tornare da Pizarro e finire la missione, ma Aguirre guida un ammutinamento contro di lui e nomina Don Guzman imperatore di El Dorado. La ricerca della terra favoleggiata spinge gli spagnoli tra le braccia di indios cannibali e verso una carneficina, ma Aguirre non smetterà di credere in impossibili sogni di grandezza.
Al terzo lungometraggio di finzione Werner Herzog compie già un’impresa sovrumana, conducendo una troupe lungo l’Ucayali in Perù nel racconto di una follia che diviene esso stesso scellerata avventura.
Le innumerevoli complicazioni occorse sul set, con liti furibonde tra il regista e Klaus Kinski, sono passate alla storia, ma non hanno mai offuscato la lucidità di un progetto rivoluzionario, capace di mescolare tecniche di regia proprie del documentario a uno spirito avventuroso in prima persona degno di epoche passate. L’esito riesce a essere sia smaccatamente fittizio e grotesque – teste mozze che parlano, morti ammazzati che pronunciano improbabili battute in punto di morte – sia verosimile, trasportando il pericolo e il disagio sul piano della realtà di un viaggio che diviene inesorabilmente matto e disperato come quello di Aguirre e i suoi.
Ad acuire il contrasto tra realtà e rappresentazione e tra sovrastrutture artificiose e natura selvaggia, l’insistenza di Herzog sullo sfarzo dei nobili spagnoli e sulla scarsa praticità dei loro indumenti e suppellettili, del tutto inadeguati alle rapide dell’Ucayali. A incarnare Aguirre, sordido incrocio tra Riccardo III e il rivoluzionario ugandese John Okello (richiamato nel nome di un liberto di pelle nera reclutato nella ciurma), è un allucinato Klaus Kinski, che mai come qui spinge il suo metodo recitativo oltre il limite del razionale. Kinski diventa Aguirre e innalza il livello di tensione sul set con Herzog e gli indios fin quasi al punto di non ritorno.
Ma sulla pellicola Herzog riesce a catturare questa tensione omicida e il delirio di un condottiero mancato, il cui scopo sembra più quello di condurre gli uomini alla morte che di raggiungere l’El Dorado. L’illusione di ricchezza è in realtà un pretesto, una carota agitata davanti al naso degli stolti, dove il reale obiettivo di un agente del caos come Aguirre è l’entropia e l’utopistico potere assoluto di chi vagheggia di nobiltà di sangue puro, e di vie incestuose per conseguirla.
In questo contesto che si rifà a Shakespeare e a Joseph Conrad – Aguirre è così vicino a essere il primo adattamento di “Cuore di tenebra” da ispirare più di una suggestione e di una inquadratura del successivo Apocalypse Now – trasportandoli nell’Amazzonia, e che non risparmia stoccate allo status quo borghese (“La chiesa sta sempre con il più forte”, ammette il frate Carvajal dopo il golpe di Aguirre), Herzog mette in scena la sua idea di cinema nella forma più compiuta, attraverso visioni – la nave di soli morti e animali che tornerà in Nosferatu, le navi tra gli alberi e il viaggio tra gli indios cannibali che torneranno in altra veste in Fitzcarraldo – che prefigurano le opere future di un percorso unico, cominciato nel furore di Aguirre.

